Money…

Una famosissima linea di basso fa da preambolo ad un testo veramente forte: il grido “Money” e l’imperativo “Andate via!”
Già nel ’73 i Pink Floyd cantavano, forse riuscendo a intravedere in un futuro che è il nostro presente, temi attualissimi: niente risulta più vero dell’ultima strofa di questo pezzo.

Money, it’s a crime
share it fairly but don’t take a slice of my pie
money, so they say
is the root of all evil today
but if you ask for a rise it’s no surprise that they’re
giving none away, away, away…

paperon-de-paperoni

Passando a piedi davanti ad un bar mi è capitato di buttare l’occhio sul cartello con il montepremi del superenalotto, che ad oggi equivale a 44milioni di Euro. Un bel gruzzoletto!
Tuttavia ero esterrefatto dal come le persone si accalcavano alla ricevitoria per poter giocare la schedina, giocare con le “macchinette”, comprare un gratta e vinci.

Guardiamoci in faccia, le probabilità di vincita non sono infinitesimali, ma ancor meno!! Se dobbiamo fare un calcolo preciso, le possibilità di azzeccare un 6 secco sono 1 a 622.614.630 e le cose non vanno meglio con altre combinazioni, perché per riuscire ad indovinare un 5  le possibilità sono di 1 su più di un milione!!

Ma ciononostante la gente continua imperterrita a giocare, scommettere e sperare. Forse per cercare di vivere poi una vita più facile, più bella, senza pensieri, senza lavoro…
Eppure a me un mondo che gira in questo modo non piace..
Nel 2010 sono state giocate più di un miliardo di schedine, con una spesa superiore ai 3,5miliardi di euro…ma la domanda è, qualcuno ha vinto quei soldi?

Soldi, soldi, soldi, un’invenzione dell’uomo che lo distrugge pian piano; non che non servano, non sarebbe probabilmente pensabile una società del baratto come un tempo, ma sicuramente non fanno la felicità..
Passiamo la vita a lavorare ed inseguire uno stipendio, per poi buttarlo in cose futili, senza ricordarci che la maggior parte di quello che esiste di bello al mondo è gratuita, è uguale per tutti, è a portata di tutti…

Probabilmente la voglia di “fare un po’ di fatica” per conquistarci quello che desideriamo è svanita per sempre, risiede solamente in poche persone…
Forse è causa della televisione, della società, del consumismo, non saprei; però abbiamo tutti una testa, un cervello, sta a noi usarlo per non farci opprimere da tutto questo. Dobbiamo trovare il coraggio e la voglia di faticare per le cose che contano, altrimenti ci ritroveremo tutti come tanti piccoli “Mazzarò” di cui Giovanni Verga racconta la triste sorte…

Rigel

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Qualità o morte: il set di Boris

Il caotico set della fiction Gli Occhi del Cuore 2 rappresenta per lo stagista Alessandro il trampolino di lancio per entrare nel mondo dello spettacolo e coronare il suo sogno di diventare uno sceneggiatore; fin da subito, però, dovrà fare i conti con una realtà decisamente lontana dalle sue aspettative. Ad affiancarlo sul set troverà un variopinto cast di comprimari, dalla professionale assistente alla regia Arianna al cocainomane direttore della fotografia Duccio, dal burbero capo elettricista Biascica allo stagista “schiavo” Lorenzo, passando per i mediocri attori Stanis e Corinna. A dirigere tutti il regista René Ferretti (un eccezionale Francesco Pannofino), ormai disilluso, che da tempo ha abbandonato il mondo del cinema per ridursi a girare fiction di dubbio gusto e scontrarsi quotidianamente con gli ordini impartitogli da direzione e rete e gli innumerevoli problemi sul set.

 

La serie

Sottotitolato “la fuori serie italiana”, Boris rappresenta (e ironizza su) tutto quello che le altre fiction italiane non sono. Diretta, sincera, a tratti grottesca, la serie ci mostra il vero volto della televisione nostrana, con tutto il marciume nascosto e le sue ipocrisie. In Gli Occhi del Cuore 2 non c’è spazio per velleità artistiche, perché tutto è subordinato al volere della rete e al bisogno di mantenere alti gli ascolti. Per quanto scarsa sia la professionalità di chi si trova sul set, nessuno può esserne scacciato perché tutti sono più o meno raccomandati o protetti da una figura politica. Per aumentare l’audience vengono inseriti, totalmente fuori contesto, personaggi procaci o presunti comici (come Martellone, emblema della comicità volgare e ripetitiva che nonostante tutto piace alla gente) con il pretesto di creare fantomatiche linee comiche parallele per stemperare la tensione. Gli assurdi copioni che René è costretto a girare sono scritti da tre sceneggiatori svogliati che lavorano il minimo sindacale e che, per risparmiare tempo, hanno associato ai tasti funzione del PC le espressioni che gli attori devono interpretare (la più frequente è “basito”, F4).

Non stupisce molto che inizialmente Boris sia stato trasmesso solo sul canale Fox Italia di Sky; una sua prima messa in onda, per quanto improbabile, su un’emittente nazionale sarebbe sicuramente andata incontro a tagli e censure imposti dall’alto. In seguito la serie è stata trasmessa anche in chiaro sui canali Cielo e Rai 3.
Dopo tre stagioni la serie ha trovato la sua naturale conclusione in Boris – il film, in cui il cast sbarca nel mondo del cinema con la speranza di realizzare finalmente un prodotto di qualità, non trovandosi purtroppo in una situazione così diversa da quella delle fiction. La colonna sonora del lungometraggio è affidata a Elio e le Storie Tese, che già avevano composto la sigla della serie TV.

 

La citazione

René: «Occhi del Cuore 3… perché a noi la qualità c’ha rotta er cazzo! Perché un’altra televisione diversa, è impossibile! Viva la merda!»

 

J.H.

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Neve

Dal cielo tutti gli Angeli
videro i campi brulli
senza fronde ne fiori
e lessero nel cuore dei fanciulli
che amano le cose bianche.
Scossero le ali stanche di volare
e allora discese lieve lieve
la fiorita neve.

neve

Quando ad alta quota ci sono temperature anche di molto sotto lo zero le goccioline di acqua restano sospese sotto forma di vapore; se una particella di polvere, oppure un cristallo di neve, ovviamente freddissimi, entrano in contatto con una di queste gocce di vapore, essa sublima, diventando istantaneamente un cristallo di neve.
Man mano che attorno al nucleo centrale si aggrega altra acqua, il cristallo si ingrandisce secondo il tipico schema esagonale, da cui nascono le caratteristiche sei braccia del cristallo di neve. Entrando poi in contatto con altri cristalli esso diventa sempre più grande, ripetendo lo schema iniziale
Più la temperatura è bassa, più i cristalli sono definiti; se ci troviamo in zone relativamente più calde, la neve aggregata darà origine ai classici “fiocchi” morbidi ma senza una forma macroscopicamente definita.

Questa è in breve la “spiegazione” fisica del come si formi la neve, ma sicuramente è molto più suggestiva l’immagine proposta da Umberto Saba: gli angeli che vedendo il paesaggio morente dell’inverno decidono di dare gioia ai bambini, sbattendo le ali e imbiancando il mondo.

Non sempre però la neve e l’inverno in generale assumono questa visione angelica e felice, a volte sono sinonimi di morte e desolazione, ricordando il ciclo delle stagioni che si susseguono; esempio lampante di ciò è secondo me l’opera di Vivaldi, dove nell’inverno è chiara l’impronta della morsa del freddo, di una battaglia strenua per la vita.

http://www.youtube.com/watch?v=eH4oGJcCzdM

Tutto però, essendo umani, è da ricondurre alle emozioni che proviamo in un determinato momento ed ognuna di queste espressioni, insieme alle migliaia che non ho citato, vanno a comporre un quadro di sensazioni e sentimenti che sono adatti ad ogni persona in ogni momento. Non ne esiste una giusta, esiste solo quella che proviamo…
E voi?

Rigel

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Tom Waits

Californiano, classe 1949, cantante, compositore, polistrumentista e occasionalmente attore: Tom Waits è tutto (ma non solo) questo. La passione per la musica nasce in lui in uno dei frequenti viaggi in Messico con il padre, insegnante di spagnolo, grazie all’ascolto di una ballata messicana; il primo incontro con uno strumento è con il pianoforte del vicino, che Waits impara a suonare da autodidatta. Dopo aver militato in un gruppo soul durante il liceo, nei primi anni ’70 si trasferisce a Los Angeles, dove nel ’72 firma un contratto con la Asylum Records (con cui rilascerà i primi cinque album). Nel 1980 sposa Kathleen Brennan, conosciuta sul set di un film di Francis Ford Coppola per cui Waits scrive la colonna sonora. Il matrimonio segna anche l’inizio di una lunga collaborazione artistica, in virtù della quale i due condivideranno il credito di numerosi brani nel corso degli anni, e Waits più volte afferma come la relazione con Kathleen lo abbia spinto a cercare nuove dimensioni musicali e nuove forme espressive.

Tra i suoi ruoli attoriali più famosi, vale la pena menzionare la parte del folle Renfield in Dracula di Bram Stoker (Coppola, 1992) e le collaborazioni con Jarmusch (il carcerato Zack che divide la cella con Roberto Benigni e John Lurie in Daunbailò, o nei panni di se stesso e accompagnato da Iggy Pop in Coffee and Cigarettes).
Da sempre contrario all’utilizzo di suoi brani in spot pubblicitari, ha più volte portato in tribunale (vincendo la causa) compagnie come Levi’s o Audi per l’uso non autorizzato di alcuni pezzi, anche se in forma di cover.
Nel 2011 è stato introdotto nella Rock and Roll Hall of Fame con una cerimonia presieduta da Neil Young.

Attualmente vive in California con la moglie e i tre figli e, arrivato al 17esimo album solista, non accenna a ritirarsi.

 

La musica

Nel corso della sua carriera artistica Tom Waits abbraccia una moltitudine di generi. Dalle ballate folk/jazz degli album d’esordio alle atmosfere più sperimentali e avantgarde introdotte negli anni ’80, Waits ci presenta un’immagine di sè come artista assolutamente poliedrica e distintiva. Le sue canzoni incorporano sonorità blues, jazz e elementi della cultura beat e vedono l’utilizzo di strumenti tradizionalmente “snobbati” dal genere rock, come marimbe, cornamuse e tromboni.

L’artista cita tra le sue principali influenze i lavori di Bob Dylan, Kerouac e Bukowski, come provano i suoi testi quando parlano di alcolismo, amori finiti male, luoghi malfamati e personaggi perdenti, grotteschi, messi a dura prova dalla vita. La svolta arriva nel 1983 con Swordfishtrombones, nel quale Waits comincia a utilizzare sonorità non convenzionali e tematiche più astratte, distaccandosi in parte dai più tradizionali arrangiamenti piano/contrabbasso dei primi album.

Il fil rouge che lega tutti i generi è la sua voce, immediatamente riconoscibile, roca e sgraziata ma non per questo mancante di poetica, mezzo perfetto per raccontare i suoi personaggi. Per usare le parole del critico David Durchholz, la voce di Tom Waits è “come se fosse stata immersa in un tino di whiskey, poi appesa in un affumicatoio per qualche mese e infine portata fuori e investita con una macchina”.

Dotato di un umorismo caustico, irriverente e da sempre fortemente autoironico, nel suo discorso di ringraziamento per l’introduzione nella Rock and Roll Hall of Fame Waits dice di sè: “They say I have no hits and that I’m difficult to work with…like it’s a bad thing.” (“dicono che io non abbia delle hit e che sia una persona difficile con cui lavorare…come se ciò fosse una brutta cosa”).

Consigli per gli acquisti

  • Closing Time: del 1973, è l’album d’esordio di Tom Waits; in esso troviamo soprattutto sonorità jazz/folk, come in Martha, Ol’ 55 (in seguito reinterpretata dagli Eagles) e I Hope That I Don’t Fall in Love with You.
  • Small Change: del ’76, è il primo successo sia di pubblico che di critica; i temi sono più cinici e pessimistici, influenzati da un periodo di profondo alcolismo e dalla stanchezza causata dal continuo spostarsi da un luogo all’altro in tour. Contiene Tom Traubert’s Blues, Step Right Up, The Piano Has Been Drinking e Bad Liver and a Broken Heart.
  • Heartattack and Vine: dell’80, è l’ultimo album rilasciato sotto l’etichetta Asylum Records; oltre alla title track, da segnalare Mr.Siegal e Jersey Girl (in seguito reinterpretata da Bruce Springsteen).
  • La trilogia Swordfishtrombones, Rain Dogs e Franks Wild Years: da molti considerati l’apice della carriera artistica di Tom Waits, sono gli album più eclettici e sperimentali del suo repertorio.
  • Mule Variations: del ’99, contiene Big in Japan, Hold On e Chocolate Jesus.
  • Bad as Me: del 2011, l’ultima (per ora) fatica artistica di Tom Waits; grande successo di critica e pubblico, contiene Kiss Me, Back in the Crowd e Get Lost.

Julio Hammurabi

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Chimica reazione…

Probabilmente non ci pensiamo mai, ma in ogni attimo della nostra vita c’è una forza che ci tiene vivi, che ci permette di respirare, pensare e provare emozioni: la chimica.
Per i più questo potrebbe sembrare un argomento noioso, una “depoetizzazione” della vita, dei sentimenti e delle emozioni; per alcuni versi non posso che darvi ragione, ma proviamo per un momento ad analizzare il tutto con mente aperta.

La bellezza con cui il nostro cuore batte, aumentando o diminuendo il suo ritmo, costantemente dalla nostra nascita fino al giorno della morte. La spettacolarità del nostro sistema nervoso, che nel momento in cui noi pensiamo ad un movimento, ad un’azione, mette in allerta tutti i muscoli che si servono per muoverci e per stabilizzarci, frutto di millenni di evoluzione. Le reazioni chimiche del nostro corpo ci permettono di provare stati d’animo diversi, a seconda degli stimoli che riceviamo dall’ambiente esterno: paura, piacere, felicità, tristezza, eppure, a differenza degli animali, noi siamo in grado di rielaborare a posteriori queste cose, di interrogarci sul perché avvengono e sul come avvengono, e questo è veramente straordinario secondo me, perché questi pensieri che possono o meno arrovellarci il cervello, non sono nient’altro che…reazioni chimiche, ancora una volta.

Ma qual è, a detta di tutti, la più potente reazione chimica esistente? Quella in grado di curare praticamente ogni male? Quella che ogni uomo in fondo ricerca?
Niente di più semplice: l’Amore.
Nonostante tutti gli studi effettuati, ancora non è chiaro al 100% come avvenga la reazione dell’innamoramento, ed è forse giusto che resti così, perché probabilmente nessuno di noi vorrebbe mai poter vedere un giorno in commercio una formula magica per “imbottigliare” l’amore; non sarebbe giusto, non sarebbe bello.

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Del resto già il grande Faber (e Edgar Lee Masters prima di lui) ne parlava, nelle vesti di chimico aveva gli strumenti per legare insieme tutti gli elementi del creato, eppure ancora gli sfuggiva il motivo per cui gli uomini cercassero in qualunque modo di “combinarsi”, di trovare l’ingrediente giusto per completarsi, in un gioco che ricorda molto quello delle particelle nelle provette, finché non si riesca a trovare quel pezzo mancante per scatenare la scintilla e dar vita alla più potente reazione.

Eppure, anche se questo gioco non sempre va a buon fine, se si rischia di rimanere col cuore spezzato, la magia è sempre pronta a sbocciare, non servono alambicchi o ingredienti strani, è tutto dentro di noi, reazioni chimiche o no; quello che ci importa alla fine è la felicità, poco importa che sia con un uomo o una donna, dello stesso sesso o di quello opposto.

Ma i messaggi che Fabrizio ci lascia alla fine, a mio avviso sono due: il primo è un messaggio di speranza, chiede ad ognuno di lasciarsi pervadere da questa forza, di lasciarsi trovare dalla nostra metà della mela, di Platonica memoria, perché quale scienziato può dire che anche una metà “sbagliata” non può completarci lo stesso?
Infine cercare di non rimanere come il chimico, da solo, esploso in un triste esperimento, ma di rischiare, a costo di “morire d’amore” perché se proprio deve finir così, forse non c’è modo migliore..del resto anche l’uomo probo, colpito da amore cieco affrontò la morte e morì contento, ucciso per il suo amore.

Solo la morte m’ha portato in collina 
un corpo fra i tanti a dar fosforo all’aria 
per bivacchi di fuochi che dicono fatui 
che non lasciano cenere, non sciolgon la brina. 
Solo la morte m’ha portato in collina. 

Da chimico un giorno avevo il potere 
di sposare gli elementi e di farli reagire, 
ma gli uomini mai mi riuscì di capire 
perché si combinassero attraverso l’amore. 
Affidando ad un gioco la gioia e il dolore. 

Guardate il sorriso guardate il colore 
come giocan sul viso di chi cerca l’amore: 
ma lo stesso sorriso lo stesso colore 
dove sono sul viso di chi ha avuto l’amore. 
Dove sono sul viso di chi ha avuto l’amore. 

È strano andarsene senza soffrire, 
senza un voto di donna da dover ricordare. 
Ma è fosse diverso il vostro morire 
vuoi che uscite all’amore che cedete all’aprile. 
Cosa c’è di diverso nel vostro morire. 

Primavera non bussa lei entra sicura 
come il fumo lei penetra in ogni fessura 
ha le labbra di carne i capelli di grano 
che paura, che voglia che ti prenda per mano. 
Che paura, che voglia che ti porti lontano. 

Ma guardate l’idrogeno tacere nel mare 
guardate l’ossigeno al suo fianco dormire: 
soltanto una legge che io riesco a capire 
ha potuto sposarli senza farli scoppiare. 
Soltanto la legge che io riesco a capire. 

Fui chimico e, no, non mi volli sposare. 
Non sapevo con chi e chi avrei generato: 
Son morto in un esperimento sbagliato 
proprio come gli idioti che muoion d’amore. 
E qualcuno dirà che c’è un modo migliore.
(http://www.youtube.com/watch?v=0I0fwOAABp0)

Rigel

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“La vita è così dura solo quando si è bambini?”: Léon

Léon, il più abile e spietato sicario della malavita newyorkese, ha come unica compagna nella sua vita solitaria una piantina in vaso, che Léon definisce “la sua migliore amica” perché, come lui, priva di radici e silenziosa. Mathilda (una 12enne Natalie Portman) vive con il padre, la matrigna e i fratellastri nell’appartamento accanto al suo. Quando il corrotto (e psicotico) capo della DEA uccide la sua intera famiglia per una questione di droga, Mathilda, scampata per caso al massacro, trova rifugio da Léon, sconvolgendo la metodica vita dell’assassino. Dopo averne scoperto la professione la ragazzina decide di diventare la sua apprendista, sperando così di vendicare la morte del fratellino (l’unico membro della famiglia a cui volesse bene), mentre Léon pian piano impara ad affezionarsi a Mathilda…

 

Il film

Luc Besson firma soggetto, sceneggiatura e regia di questo particolarissimo thriller. Rilasciato nel 1994, il film vede l’esordio nel mondo del cinema di Natalie Portman, accompagnata da un grande Jean Reno nel ruolo di Léon e da un Gary Oldman senza freni nel ruolo del poliziotto corrotto Stanfield.

Léon non si fa problemi nel soverchiare i canoni del genere thriller: qui il cattivo è il poliziotto, brutale e senza scrupoli, mentre il sicario, spietato ma con un proprio codice d’onore, si trova suo malgrado a dover vestire i panni dell’eroe che salva la ragazzina in pericolo.

La pellicola è basata sul bizzarro rapporto che viene a instaurarsi tra il killer e la sua giovane apprendista. Léon, semianalfabeta, che si emoziona solo nel curare la sua piantina e nel vedere vecchi musical, non trova altro modo di prendersi cura di Mathilda che di insegnarle il mestiere di “uomo delle pulizie”. E’ però, a tutti gli effetti, Mathilda a prendersi cura del sicario, insegnandogli a vivere e ad amare. La ragazzina più volte si dichiarerà innamorata del sicario, il quale però, complici il grande divario d’età e la troppa violenza nella sua esistenza, non può ricambiare quanto Mathilda desidererebbe.

Besson possiede uno stile unico, ci regala poesia in una New York cruda e spietata in cui poliziotti psicopatici uccidono bambini canticchiando un’ouverture di Beethoven, e in cui una bambina già adulta può amare un killer che improvvisa marionette con guanti da forno e beve solo latte.

Il finale arriva come un vero pugno nello stomaco, di quelli che tolgono il fiato e che lasciano il segno.
Un film che non si dimentica facilmente.

 

La citazione

M: «Ho finito di crescere. Sto invecchiando.»
L:  «E per me è il contrario: sono grande abbastanza, ho bisogno di tempo per crescere.»

 

J.H.

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Bellezza

Dalla disposizione dei petali di una rosa ai bracci della nostra galassia, dalle spirali dei semi di un girasole alla conchiglia del Nautilus, possiamo ritrovare in natura innumerevoli esempi di quel numero che per i Greci dell’ epoca classica rappresentava il canone assoluto della bellezza: il numero aureo “Phi”, equivalente ad 1,618…
Descritto per la prima volta da Euclide nel suo best-seller “Elementi di Geometria”, ha affascinato il genere umano senza sosta nel corso dei secoli: possiamo ritrovarlo nelle opere di grandi artisti, da Leonardo a Salvador Dalì, così come di grandi architetti, da Vitruvio a Le Corbusier. Non è un caso, infatti, che moltissime opere considerate pilastri portanti della storia artistica e culturale dell’uomo racchiudano dentro di sè questo numero divino.

images

Possiamo ricordare il volto della Gioconda, gli elementi dell’Ultima Cena, la Sacra Famiglia di Michelangelo e la Venere di Botticelli; edifici come  il Museo del Guggenheim di New York, il palazzo delle Nazioni Unite o Ville Savoye; ma anche oggetti di uso comune come le semplici carte di credito. Eppure l’espressione più lampante è forse quella che è racchiusa in un monumento che tutti conosciamo: il Partenone, la cui facciata è un perfetto rettangolo aureo.

A pensarci bene risulta però difficile, almeno per me, pensare la Bellezza come una mera proporzione matematica.

Ci sono tanti tipi di bellezza quanti sono i modi abituali di cercare la felicità
(Charles Baudelaire)

L’uomo, in quanto essere umano, non ha bisogno solamente di potersi nutrire e riparare dalle intemperie per poter vivere bene; al contrario degli animali possiede un desiderio innato che lo spinge verso la bellezza, e nel momento in cui si dà ad una mente la possibilità di essere libera, allora essa, secondo le proprie caratteristiche, cercherà senza freni di raggiungere questa bellezza per poter star bene.

Possiamo ritrovarla in un quadro, in un libro, in un paesaggio, nella fatica fatta per conquistare un obiettivo; possiamo vederla nella perfezione della natura, dalla combinazione di protoni e neutroni dell’atomo, fino al vorticare sempre ordinato delle stelle nel cielo.
Nelle leggi fisiche così come nella musica, nel volo di un uccello, nel fascino di un tramonto, nell’aiutare qualcuno.

Sta di fatto che quando riusciamo a toccarla veramente, poco importa se questa si rifà al numero aureo: noi sappiamo di essere arrivati all’estasi dei sensi, alla pace interiore ed alla felicità.
Perché probabilmente è questo quello che l’uomo deve veramente perseguire, al di là di una vita frenetica concentrata sul lavoro, sui soldi e sull’apparire.
Perciò lasciate uscire, lasciate divampare dentro di voi quel fuoco che vi spingere a cercare il bello, a fare il bello, ad essere il bello, non solo esteticamente ma dentro e fuori dalla vostra mente.

Per Nietzsche l’uomo era un equilibrista su di un filo teso sopra ad un baratro. Il Super Uomo era colui che riusciva a superare la paura di quel baratro, a non cadere verso il basso ma a camminare, e arrivare oltre. Abbiamo un enorme potenziale inespresso, che è in ognuno di noi, pronto ad esplodere se solo lo vogliamo, ad elevarci molto più in alto di ogni altro animale presente su questa terra [qui non possiamo che rendere omaggio ad una grande personalità recentemente scomparsa, che è veramente l’esempio lampante di quanto ogni uomo possa fare di straordinario, Rita Levi Montalcini], ma abbiamo altresì l’enorme potenziale di distruggerci da soli ed esser simili (ed a volte molto peggio) a delle bestie. E nel secolo scorso ne abbiamo dato prova.

“Oh me! Oh vita! di queste domande che ricorrono degli infiniti cortei di senza fede, di città piene di sciocchi, di me stesso che sempre mi rimprovero, (perché chi più sciocco di me, e chi più senza fede?), di occhi che invano bramano la luce, di meschini scopi, della battaglia sempre rinnovata, dei poveri risultati di tutto, della folla che vedo sordida camminare a fatica attorno a me, dei vuoti ed inutili anni degli altri, io con gli altri legato in tanti nodi, la domanda, oh me, la domanda così triste che ricorre – Che cosa c’è di buono in tutto questo, oh me, oh vita?- Risposta: Che tu sei qui, che esiste la vita e l’individuo, che il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuirvi con un tuo verso.”
(Walt Withman)

Sta solamente a noi scegliere…

Rigel

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Alta Fedeltà

In due parole…

Rob Fleming è proprietario di un negozio di dischi a Londra. Ha 35 anni e una conoscenza quasi enciclopedica del mondo musicale, ma l’attività non va certo a gonfie vele, conduce un’esistenza insoddisfacente da eterno adolescente e la sua vita sentimentale non è certo da meno: Laura lo ha appena scaricato. Al negozio, Rob e i colleghi Dick e Barry trascorrono i momenti morti elencando innumerevoli liste “top-five” di ogni tipo: dischi, singoli, film,…Sulla scia di questo, Rob compone una sua personale classifica delle “cinque più memorabili rotture” e decide di rimettersi in contatto con le sue ex per capire dove abbia sempre sbagliato.

Il libro

Scritto e narrato in prima persona, il romanzo costituisce l’esordio letterario di Nick Hornby. Con una buona dose di umorismo e schiettezza l’autore affronta i grandi temi della vita (l’amore, le amicizie, la paura di prendere impegni) senza mai scadere in situazioni noiose o cliché, ma anzi riesce a intrattenere il lettore dalla prima all’ultima pagina. Rob è un simpatico perdente, e chi legge non può fare a meno di riconoscere in lui (con un sorrisetto) qualche punto in comune, qualche nevrosi, qualche sfiga che gli/le appartiene. La lettura è scorrevole, lo stile diretto e brillante; una volta arrivati alla fine, la sensazione è quasi quella di aver passato un po’ di tempo chiacchierando con un vecchio amico sulle sue disavventure amorose, piuttosto che di aver letto un libro.

Senza troppe pretese, Alta Fedeltà può quasi essere letto come un romanzo di formazione: Rob, a 35 anni suonati, capisce finalmente che è arrivato il momento di crescere e rimettere in carreggiata la propria vita, lasciandosi alle spalle tutte le paure per il futuro e le paturnie adolescenziali.

Il tutto è condito da innumerevoli riferimenti alla cultura pop degli anni ’90 (il libro è stato pubblicato per la prima volta nel 1995) e, ovviamente, citazioni di canzoni e gruppi musicali.

Nel 2000 Alta Fedeltà è stato portato al cinema da Stephen Frears con John Cusack nei panni del protagonista. Nonostante qualche differenza di non poco conto (per es. il film è ambientato a Chicago), Hornby ha applaudito l’interpretazione di Cusack (scelta decisamente azzeccata), affermando che “a volte, sembra quasi un film in cui John Cusack legge il mio libro”.

Un piccolo cult.

J.H.

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Luna

Venerdì 11 gennaio assisteremo al primo novilunio dell’anno e quindi, guardando in cielo, non vedremo la Luna.
La luna nuova è una delle fasi del nostro satellite, ovvero uno dei quattro principali aspetti che assume in cielo a causa del suo diverso orientamento, durante il suo moto, rispetto al Sole. Ogni 29,5 giorni (che corrispondono ad un mese sinodico) queste fasi si ripetono ciclicamente; durante il novilunio, in particolare, la Luna si trova tra Terra e Sole (fenomeno che in astronomia è chiamato “congiunzione”, e quando la Luna è perfettamente allineata con la Terra dà origine ad un’eclissi solare) mostrandoci il suo lato non illuminato.
tuttelelune
Ma la Luna non è solamente un corpo celeste che ci orbita intorno senza scopo; oltre ad influenzare le maree ha un effetto di attrazione anche sul genere umano, spingendolo ad imprese straordinarie per mettervi piede ma sopratutto portandoci a credere e a scrivere su di lei storie, racconti, leggende e poesie…

O falce di luna calante
che brilli su l’acque deserte,
o falce d’argento, qual messe di sogni
ondeggia al tuo mite chiarore qua giù!
Aneliti brevi di foglie,
sospiri di fiori dal bosco
esalano al mare: non canto non grido
non suono pe ‘l vasto silenzio va.
Oppresso d’amor, di piacere,
il popol de’ vivi s’addorme…
O falce calante, qual messe di sogni
ondeggia al tuo mite chiarore qua giù. 

Sembra incredibile come la Luna possa essere specchio di due visioni della vita diametralmente opposte.
In alto la poesia di Gabriele D’annunzio che esprime la gioia di vivere,  i silenzioni suoni notturni che gridano all’estasi del piacere di una natura vegetale che vive nella notte, e di una natura umana che nella notte trova un riposo nel quale cullarsi tra i piaceri del giorno trascorso e riviverli nel sogno.
Qui sotto invece il piccolo idillio di Leopardi, dove la graziosa Luna è punto comune di un presente e di un passato accomunati dalla costante visione della vita secondo il poeta di Recanati. Il bagliore sfumato dell’astro ricorda gli occhi gonfi di lacrime, lacrime amare conseguenti al pensiero che seppur in gioventù la vita del poeta fosse comunque piena di dolori e tormenti, almeno vi era la speranza di un futuro migliore, e soprattutto non si aveva molto dolore da ricordare; mentre più passa il tempo, più il piacere di ricordare diventa sempre più labile e sofferto.

O graziosa luna, io mi rammento
Che, or volge l’anno, sovra questo colle
Io venia pien d’angoscia a rimirarti:
E tu pendevi allor su quella selva
Siccome or fai, che tutta la rischiari.
Ma nebuloso e tremulo dal pianto
Che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
Il tuo volto apparia, che travagliosa
Era mia vita: ed è, né cangia stile,
0 mia diletta luna. E pur mi giova
La ricordanza, e il noverar l’etate
Del mio dolore. Oh come grato occorre
Nel tempo giovanil, quando ancor lungo
La speme e breve ha la memoria il corso,
Il rimembrar delle passate cose,
Ancor che triste, e che l’affanno duri!

Rigel

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L’uomo che non c’era

In due parole…

Ed Crane (interpretato da un magistrale Billy Bob Thornton) è un tutt’altro che loquace barbiere in un sobborgo americano sul finire degli anni ’40. Deluso e annoiato dalla sua vita modesta e da un matrimonio ormai logoro, Ed mantiene un’apparenza di serenità (o quieta rassegnazione), trovando uno dei suoi pochi conforti nel rapporto strettamente platonico con la giovane pianista Birdy (Scarlett Johansson, all’epoca appena 17enne). Quando un cliente propone a Ed di finanziare un rivoluzionario metodo di lavaggio a secco, il barbiere vede in ciò un modo per riscattarsi; ma la sua tranquilla vita verrà inaspettatamente trascinata in un vortice di truffe, ricatti, omicidi, lezioni di piano e presunti rapimenti da parte di alieni…

 

Il film

I fratelli Joel e Ethan Coen (Fargo, Il Grande Lebowski, Fratello dove sei?) ci regalano un’altra prova artistica densa ma assolutamente godibile (l’undicesima del loro sodalizio). Rilasciata in bianco e nero, la pellicola raccoglie in sé quasi tutti i tratti che caratterizzano la filmografia dei due fratelli: prendete una commedia come base, aggiungete una bella dose di omaggio al genere noir, un personaggio che non dimenticherete facilmente e qualche svolta imprevista, cospargete il tutto di umorismo nero (ed a tratti quasi macabro) e otterrete un film Coen doc.

Oltre all’impeccabile interpretazione di Thornton (ampiamente lodata dalla critica e che ha valso all’attore svariati premi e nomine, tra cui quelle ai prestigiosi Saturn Awards e Golden Globe), non passano inosservate le prove recitative di Frances McDormand (moglie del regista Joel, qui alla sua quinta collaborazione con i due fratelli) nel ruolo della moglie Doris, James Gandolfini (il pluripremiato Tony Soprano ne I Soprano) nel ruolo del di lei capo-amante, e Michael Badalucco nel ruolo del cognato-collega di Ed Crane.

Le sonate per pianoforte di Beethoven, che la pianista Birdy suona come esercizio, svolgono la triplice funzione di donare al film un’atmosfera a tratti raffinata, di offrire al protagonista Ed dei brevi momenti in cui sognare e fuggire dalla sua realtà, e di mostrarci, ancora una volta, il gusto dei Coen nel scegliere la colonna sonora per una pellicola.

Degna di nota anche l’immagine cinematografica: volutamente semplice e diretta per rendere il più fedelmente possibile l’atmosfera dell’epoca e spoglia di effetti, ha valso al direttore della fotografia Roger Deakins la nomina per l’Oscar alla Miglior Fotografia 2002.

L’uomo che non c’era ha fatto vincere a Joel Coen (ex aequo con David Lynch e il suo Mulholland Drive) il Premio al Miglior Regista al festival di Cannes.

Da vedere almeno una volta nella vita.

 

J.H.

 

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