Mucho Mojo

LansdaleMuchomojo

Arriva l’estate, l’afa comincia a farsi sentire e allora cosa c’è di meglio che prendersi del tempo libero per scappare da questo caldo torrido e rifugiarsi in un mondo fantastico come quello del Texas della più bassa lega dipinto con sapere dal grande Joe R. Lansdale?

Il consiglio è proprio questo: accaparratevi questo libro e lanciatevi in questa avventura!

Si parla della seconda rocambolesca storia del mitico duo Hap Collins e Leonard Pine.
Voi vi chiederete, ma chi sono?
Beh, per farla breve una coppia improbabile composta da Hap, bianco liberale e donnaiolo e Leonard, nero conservatore e gay.  Non c’è bisogno di ulteriori premesse.

Il titolo di questo libro, il più amato dallo stesso Lansdale, è intrigante: “«Mojo» è un po’ di magia nera con una spruzzata di sesso, ma nella miscela Lansdale c’è anche parecchio horror e l’umorismo non manca mai.” [cit.]

Nella tranquilla vita ripresa dopo l’ultima avventura, Hap e Leonard passano il tempo tra lavoretti saltuari nei roseti e grandi bevute, finché un giorno lo zio di Leonard muore lasciando in eredità al nipote una vecchia casa intrisa di mistero e un bel gruzzolo di dollari. Durante i lavori di ristrutturazione che effettuano per poter poi rivendere la casa trovano il cadavere di un bambino; andando più a fondo nella questione salta fuori che ogni anno da 10 anni, ad agosto, un bambino di colore sparisce dal paese. Da qui si innescano una serie infinita di indagini, collaborazioni con la polizia, cazzotti, lotte con trafficanti di droga e ricerche tra i personaggi più in vista della comunità. Il tutto condito dal classico stile Lansdale…e per capire di cosa parlo non c’è di meglio di una breve citazione:

“Corsi fuori tenendomi basso. Vidi Leonard nel cortile degli spaccia. Aveva in mano un fucile da caccia. Sparò un’altro colpo contro la fiancata della casa. Strillò: – Fuori! Tutti fuori! – Leonard, – strillai io, e mi misi a correre in strada. Troppo tardi. Lui era già salito sulla veranda, e in veranda c’era un tizio, che stava tra Leonard e la porta. Non perché fosse coraggioso; perché era pietrificato. Leonard lo scagliò via. Il tizio volò giù dalla veranda e rotolò sull’erba, poi si rialzò e si mise a correre. Leonard cercò di aprire la porta, ma qualcuno l’aveva chiusa a chiave. Io arrivai sulla veranda più o meno nel momento in cui Leonard urlava: – State indietro, stronzi maledetti, – e con un colpo di fucile scavava nella porta un buco grande abbastanza da poterci infilare la testa.
Lo presi per le spalle. – Datti una calmata uomo. Leonard mi fissò, e io vidi nei suoi occhi quello che avevo provato pochi istanti prima. Rabbia. Impotenza.
– Non puoi ucciderli, Leonard.
– Posso uccidere la casa.”

Rigel

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