Ma’asalama, Marrakech!

 

L’Alto Atlante incorniciato dal sole al tramonto, un bicchiere di tè marocchino fumante sul tavolino e nelle orecchie il vociare frenetico di piazza Jamaa El-Fna, cuore pulsante della Città Vecchia di Marrakech; se avete la voglia e la possibilità di staccare qualche giorno dal freddo che avvolge l’Italia nell’ultimo periodo, raccogliete qualche vestito leggero e un paio di amici fidati e prendete il primo aereo per Marrakech! La Capitale del Sud del Marocco vi accoglierà con il calore e l’ospitalità tipici del popolo berbero, conquistandovi fin dal primo istante con i suoi edifici dal colore della sabbia e la gentilezza dei suoi abitanti. Cominciate la giornata con un’abbondante colazione nel vostro hotel e gettatevi subito nel brusio dell’antica Medina; se riuscirete a districarvi tra gli innumerevoli mercanti dei labirintici souq, armati di una buona abilità nel contrattare potrete acquistare spezie tipiche, frutta, sciarpe, vestiti e chincaglieria berberi per pochi dirham. L’importante è che non vi facciate spaventare dall’insistenza dei venditori e dal caos del mercato: una volta compresi i meccanismi del ‘gioco’, l’apprezzamento della frenetica vita marocchina sarà immediato. Dopo un pranzo al volo in uno degli onnipresenti chioschetti, perdetevi tra le vie della Kasbah e della Mellah, il quartiere ebraico, visitando le tombe dei Sette Santi e il palazzo El Badii (costruito sul modello dell’Alhambra di Granada), o oziando nei giardini della Menara. Con l’avvicinarsi della sera tornate nel centro della Medina per ammirare il gigantesco minareto della moschea Koutubia illuminato dal sole al tramonto, dove con un po’ di fortuna potrete anche ascoltare l’Imam richiamare i fedeli alla preghiera; concludete la giornata cenando in un riad, gustandovi una tradizionale e abbondante tajine e tè berbero, accompagnati dal ritmo dei suonatori sparsi per tutta Jamaa El-Fna, per poi tornare nell’elegante Ville Nouvelle.
Il giorno seguente potrete noleggiare a prezzi economici degli scooter o un’auto e lasciarvi alle spalle per qualche ora il caos della vita cittadina dirigendovi verso le cime innevate dell’Atlante o la tranquilla città costiera di Essaouria, situata a circa 170km da Marrakech. Basteranno pochi chilometri fuori dalla città per farsi pervadere dalla quiete dello sterminato paesaggio semi-desertico, ammirando gli uliveti e i piccoli villaggi lungo la strada, e lasciando che la mente viaggi anch’essa libera nei suggestivi panorami che vi si aprono davanti agli occhi. Se sceglierete di viaggiare in moto non dimenticate di portare la sciarpa acquistata il giorno prima al mercato, che all’occorrenza verrà trasformata, secondo le istruzioni del venditore, in un turbante in grado di ripararvi perfettamente dal sole scottante e dal vento freddo. Non perdete l’occasione di fermarvi lungo la strada per fare qualche passo a piedi nel deserto e fotografare qualche burbero pastore seduto su un dromedario intento a portare al pascolo le proprie pecore, o ammirare le stelle durante il viaggio di ritorno.
Preparatevi al fatto che i giorni voleranno veloci e che, una volta arrivato il momento del ritorno, una piccola parte della vostra mente resterà per sempre in Marocco.

La curiosità

A causa delle leggi coraniche che vietano il consumo di alcolici e, per converso, dell’elevato consumo di tè alla menta da parte degli abitanti, il tè viene scherzosamente chiamato Berber Whiskey dal popolo marocchino.

 

J.H.

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Mucho Mojo

LansdaleMuchomojo

Arriva l’estate, l’afa comincia a farsi sentire e allora cosa c’è di meglio che prendersi del tempo libero per scappare da questo caldo torrido e rifugiarsi in un mondo fantastico come quello del Texas della più bassa lega dipinto con sapere dal grande Joe R. Lansdale?

Il consiglio è proprio questo: accaparratevi questo libro e lanciatevi in questa avventura!

Si parla della seconda rocambolesca storia del mitico duo Hap Collins e Leonard Pine.
Voi vi chiederete, ma chi sono?
Beh, per farla breve una coppia improbabile composta da Hap, bianco liberale e donnaiolo e Leonard, nero conservatore e gay.  Non c’è bisogno di ulteriori premesse.

Il titolo di questo libro, il più amato dallo stesso Lansdale, è intrigante: “«Mojo» è un po’ di magia nera con una spruzzata di sesso, ma nella miscela Lansdale c’è anche parecchio horror e l’umorismo non manca mai.” [cit.]

Nella tranquilla vita ripresa dopo l’ultima avventura, Hap e Leonard passano il tempo tra lavoretti saltuari nei roseti e grandi bevute, finché un giorno lo zio di Leonard muore lasciando in eredità al nipote una vecchia casa intrisa di mistero e un bel gruzzolo di dollari. Durante i lavori di ristrutturazione che effettuano per poter poi rivendere la casa trovano il cadavere di un bambino; andando più a fondo nella questione salta fuori che ogni anno da 10 anni, ad agosto, un bambino di colore sparisce dal paese. Da qui si innescano una serie infinita di indagini, collaborazioni con la polizia, cazzotti, lotte con trafficanti di droga e ricerche tra i personaggi più in vista della comunità. Il tutto condito dal classico stile Lansdale…e per capire di cosa parlo non c’è di meglio di una breve citazione:

“Corsi fuori tenendomi basso. Vidi Leonard nel cortile degli spaccia. Aveva in mano un fucile da caccia. Sparò un’altro colpo contro la fiancata della casa. Strillò: – Fuori! Tutti fuori! – Leonard, – strillai io, e mi misi a correre in strada. Troppo tardi. Lui era già salito sulla veranda, e in veranda c’era un tizio, che stava tra Leonard e la porta. Non perché fosse coraggioso; perché era pietrificato. Leonard lo scagliò via. Il tizio volò giù dalla veranda e rotolò sull’erba, poi si rialzò e si mise a correre. Leonard cercò di aprire la porta, ma qualcuno l’aveva chiusa a chiave. Io arrivai sulla veranda più o meno nel momento in cui Leonard urlava: – State indietro, stronzi maledetti, – e con un colpo di fucile scavava nella porta un buco grande abbastanza da poterci infilare la testa.
Lo presi per le spalle. – Datti una calmata uomo. Leonard mi fissò, e io vidi nei suoi occhi quello che avevo provato pochi istanti prima. Rabbia. Impotenza.
– Non puoi ucciderli, Leonard.
– Posso uccidere la casa.”

Rigel

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Strange Days

 

Sul finire del 1999 Los Angeles è una città allo sfascio. Lenny Nero (Ralph Fiennes), ex poliziotto, gestisce un traffico illegale di clips contenenti esperienze (soprattutto ricordi di rapine o delitti) altrui; esse coinvolgono tutti i cinque sensi e sono ricercate da compratori in cerca di emozioni forti, i quali possono rivivere i ricordi in prima persona grazie ad un apposito apparecchio. La prostituta Iris, in fuga da due poliziotti corrotti, lascia a Lenny una clip su cui è registrata l’uccisione del rapper Jeriko One; Lenny, aiutato dall’amica Mace (Angela Bassett) e dall’investigatore privato Max (Tom Sizemore), cerca di scoprire la verità dietro l’assassinio del rapper mettendosi sulle tracce del produttore Philo Gant, nuovo fidanzato della ex di Nero, Faith (Juliette Lewis). Tra voltafaccia, macchinazioni e colpi di scena, il film si chiude, speranzosamente, con l’arrivo del nuovo millennio e di un nuovo amore per Lenny.

 

Il film

Diretta da Kathryn Bigelow (su un soggetto scritto dall’ex marito James Cameron), la pellicola rappresenta un esempio di thriller distopico i cui confini sfumano nel noir. Numerosi critici, tra cui spicca Roger Ebert del Chicago Sun-Times, hanno lodato la costruzione, convincente e per questo realmente angosciante, di un futuro vicinissimo (il film è del 1995) in cui vengono mostrate le implicazioni pratiche e morali di una tecnologia in grado di creare realtà virtuali. Il ritmo è serratissimo e la Bigelow non ha paura di mostrare allo spettatore scene decisamente cruente e turbanti.

La componente noir del film si mostra nella costruzione psicologica dei personaggi, che si muovono in una Los Angeles che sembra stare a metà tra quella di Blade Runner e gli anni ’40. Il protagonista Lenny Nero, affascinante e malato d’amore, ha una moralità ambigua e si muove più per i propri fini privati (che sono arricchirsi e riconquistare Faith) che per vendicare Iris e risolvere il delitto; Mace è una donna forte e non ha bisogno di essere difesa, ma è piuttosto lei a prendersi cura dell’“eroe”; lo stesso Max, migliore amico di Lenny, mostrerà di essere molto più di quello che sembra. Le interpretazioni di Fiennes e della Bassett sono state ampiamente lodate dalla critica, e la pellicola ha ricevuto 5 nomination ai Saturn Awards, vincendone due: Miglior Attrice per Angela Bassett e Miglior Regia per Kathryn Bigelow (la prima regista donna a vincere tale premio, successo doppiato 14 anni dopo con l’Oscar alla Miglior Regia per lo splendido The Hurt Locker).

Una curiosità: nel creare il personaggio di Harlan Draka, cacciatore di vampiri protagonista del fumetto italiano Dampyr, Boselli e Colombo si sono ispirati proprio al protagonista Lenny Nero nell’aspetto e, soprattutto, nel carattere.

 

La citazione

Lenny Nero: Fidati di me, fidati. Perché io sono il tuo confessore, sono il tuo strizzacervelli, io sono il tuo collegamento diretto alla centralina delle anime. Io sono l’Uomo Magico, il Babbo Natale del subconscio. Lo dici, lo pensi, puoi averlo.

 

J.H.

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No Country for Old Men

Nel Texas del 1980, il laconico Llewelyn (Josh Brolin), reduce della guerra in Vietnam, durante una battuta di caccia arriva per caso sulla scena di un regolamento di conti riguardo ad una partita di droga e trova una borsa contenente 2 milioni di dollari. Nonostante la sua onestà e il suo codice d’onore, decide di prendere il denaro per dare un futuro migliore alla giovane moglie Carla Jean; Llewelyn non immagina però che questa decisione lo condurrà su una strada di violenza e sangue, in cui dovrà scontrarsi con trafficanti di droga messicani e con lo spietato, psicopatico killer Chigurh (Javier Bardem), la cui signature weapon è una pistola ad aria compressa con cui si è soliti uccidere il bestiame, e che affida la vita delle sue vittime al lancio di una moneta. L’anziano sceriffo Bell (Tommy Lee Jones), voce narrante della pellicola e terzo personaggio principale, cercherà con ogni mezzo possibile di salvare Llewelyn dall’ineluttabile destino che si è scelto, meditando intanto sull’inevitabile trascorrere del tempo, i cambiamenti che esso comporta e sulla sempre più presente violenza in una regione un tempo pacifica.

 

Il film

Tratto dal best seller omonimo di Cormac McCarthy, il film dei fratelli Coen si mantiene decisamente fedele a esso, pur con una notevole differenza; mentre il romanzo è improntato sulla figura dello sceriffo Bell, i cui pensieri aprono ogni capitolo e forniscono un commento alle vicende narrate, il focus della pellicola è equamente diviso tra i tre protagonisti, donando così a Llewelyn e al killer Chigurh più occasioni di emergere e costruire i propri personaggi. Non è un paese per vecchi, definito dal critico Rob Mackie un “crime western noir”, rivisita temi e topoi cari ai fratelli Coen, come l’inevitabilità del destino che si scontra con le libere scelte dei personaggi (esempio lampante, il dialogo finale tra Carla Jean e Chigurh), la violenza, il caso e l’onore. La figura dello sceriffo Ed Tom Bell ricorda decisamente la poliziotta Marge Gunderson di Fargo, e in entrambe le pellicole un poliziotto onesto e giusto deve risolvere un violento delitto, commesso da stranieri per motivi non nobili (i soldi di una partita di droga da una parte, pura avarizia dall’altra), e fermare la scia di violenza di un assassino che poco ricorda una persona umana.

Vera stella del film è il killer Chigurh, psicopatico e contorto, convinto di essere uno strumento del destino e per questo giustificato nelle sue azioni; l’attore spagnolo Javier Bardem (per la cui magistrale interpretazione ha ottenuto un Oscar, un Golden Globe e un BAFTA come Miglior Attore Non Protagonista) in più interviste ha sottolineato quanto il ruolo dell’assassino sia stato difficile da interpretare e quanto egli stesso ne sia uscito cambiato dopo la realizzazione del film. “Non parlo inglese, non so guidare, non ho mai sparato con una pistola e odio la violenza“, dice Bardem. “Dopo il film, so l’inglese così bene che ogni tanto faccio sogni in inglese; ho imparato a guidare e a sparare; il taglio di capelli di Chigurh [chi vedrà il film capirà. NdR] ha colpito la mia psiche in una maniera davvero delicata“.

Decisamente insolito per i Coen, i due fratelli decidono per Non è un paese per vecchi di adottare un approccio minimalistico riguardo alla colonna sonora; le canzoni sono praticamente assenti in tutti i 120 minuti del film, e anche gli effetti sonori sono ridotti all’osso, lasciando ai rumori di scena (come il beep di un transponder o il suono di stivali che camminano su assi di legno) il compito, svolto egregiamente, di costruire e mantenere la tensione per tutta la durata della pellicola.
Oltre al già menzionato Oscar per Bardem, Non è un paese per vecchi ha ricevuto numerosi premi (inclusi gli Oscar al Miglior Film, Miglior Regia e Miglior Sceneggiatura Non Originale, oltre che numerosi Golden Globe e BAFTA) e nomination, e la critica lo ha premiato definendolo in almeno un centinaio di occasioni “il miglior film del 2007“.

 

La citazione

Sceriffo di El Paso: “Sempre per i maledetti soldi. Per i soldi, e la droga. Va al di là di ogni immaginazione, cazzo. Che senso ha? Dove andremo a finire? Se vent’anni fa mi avessi detto che un giorno nelle nostre cittadine del Texas ci sarebbero stati ragazzini coi capelli verdi e un osso infilato nel naso non ti avrei creduto.”
Sceriffo Bell: “Cose dell’altro mondo. Penso che quando non si dice più «grazie» e «per favore», la fine è vicina.”

 

J.H.

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Hitchhiking the galaxy one last time

 

 

Perché oggi?

Il 25 maggio in ogni parte del mondo gli appassionati della Guida Galattica ricordano Douglas Adams portando con sè un asciugamano, “l’oggetto più utile che un autostoppista galattico possa avere“. Il Towel Day ha cominciato a essere festeggiato nel 2001, due settimane dopo la morte di Adams, come un modo per celebrare i lavori e il genio creativo di uno tra i più brillanti autori di fantascienza dell’ultimo secolo; in numerose città di tutto il mondo (e perché no, forse anche della galassia?) i fans si ritrovano per leggere brani dei libri, ascoltare stralci della serie radiofonica, guardare gli episodi del serial della BBC o il film del 2005, e condividere racconti di viaggi, magari in autostop, fatti ovviamente con il sempre presente e fidato asciugamano.

 

La Guida

Come promesso in un precedente intervento, questo articolo è dedicato alle opere che compongono la “trilogia in cinque parti” della Guida Galattica.

  • In Guida Galattica per gli Autostoppisti il mite Arthur Dent si sveglia una mattina per vedere la propria vita essere doppiamente sconvolta: un discendente di Genghis Khan vuole demolire la sua casa per far posto ad un’autostrada, e, ben più grave, i Vogon vogliono demolire la Terra per far posto ad un’autostrada iperspaziale. Scampato per miracolo a entrambe grazie all’intervento dell’amico alieno (finora in “incognito”) Ford Prefect, Arthur si ritrova teletrasportato proprio sulla nave dei Vogon, burocrati spietati e autori delle seconde peggiori poesie dell’universo conosciuto. Dopo essere stati espulsi nello spazio, i due rimediano un secondo altamente improbabile passaggio sulla Cuore D’Oro, rubata e pilotata dal biteste Presidente Galattico Zaphod Beeblebrox, accompagnato dall’unica altra terrestre sopravvissuta (e vecchia fiamma di Arthur) Trillian e dall’androide depresso Marvin. Zaphod guida la combriccola fino al pianeta Magrathea, dove leggenda vuole venissero costruiti pianeti su commissione. Lì Arthur e compagni verranno a conoscenza della risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto e della verità dietro la stessa Terra, un super-computer creato per trovare proprio la domanda. Dopo varie peripezie, balene e vasi di petunie che cadono al suolo e tentate lobotomie, i cinque risalgono sulla Cuore D’Oro in cerca di un posto per pranzare.

 

  • In Ristorante al Termine dell’Universo i protagonisti si ritrovano fin da subito nei guai, inseguiti dai Vogon ma impossibilitati all’uso del motore a Improbabilità Infinita, che Arthur aveva mandato in crash con una richiesta di una tazza di tè. Dopo una seduta spiritica con un discendente-antenato di Zaphod (“ci fu un incidente con un contraccettivo e una macchina del tempo“) che con riluttanza salva la situazione, Zaphod viene teletrasportato negli uffici della Guida, solo perché sia destinato a vedere cancellata la propria coscienza nel Vortice di Prospettiva Totale. Zaphod riesce ancora a salvarsi e, riunitosi con il resto del gruppo, finalmente pilota la Cuore D’Oro verso Milliways, il ristorante da cui si può osservare il giB gnaB, o “la fine dell’universo“. Dopo aver rubato un’astronave, i cinque scoprono che essa è diretta verso il centro di una stella perché parte di uno spettacolo rock, e per salvarsi sono costretti a sacrificare Marvin, che li teletrasporta via. Zaphod e Trillian si ritrovano al cospetto del disilluso Governatore dell’Universo, mentre Ford e Arthur si ritrovano su un’astronave, il cui equipaggio è composto da idioti, diretta verso la Terra preistorica. Il libro si conclude con l’agrodolce scoperta che gli umani sono effettivamente i discendenti di quegli idioti viaggiatori dello spazio.

 

  • In La vita, l’universo e tutto quanto Ford, dopo aver viaggiato anni per la Terra preistorica, si riunisce con Arthur e, grazie ad un divano spaziotemporale, i due si ritrovano sul Lord’s Cricket Ground due giorni prima della distruzione della Terra, nel mezzo di una finale di cricket. Poco dopo, un’astronave atterra sullo stesso campo e dei robot rubano le Ceneri (la coppa del torneo); con un’altra astronave arriva anche il magratheano Slartibartfast, vecchia conoscenza dei due, che convince i due a seguirlo fino al pianeta Krikkit e spiega loro il motivo dell’arrivo dei robot. Veniamo così a conoscenza dei Krikkit, un tempo popolo pacifico, che, dopo l’arrivo (che si scoprirà essere stato voluto da un supercomputer polverizzato ma senziente) di un’astronave sul loro pianeta, si erano votati alla distruzione di ogni altra forma di vita conosciuta nell’universo. Dopo una sanguinosa guerra il resto dell’universo riesce a sconfiggerli e confinarli sul loro pianeta natale; lo scopo dei robot superstiti è quello di raccogliere i frammenti di una chiave (come le Ceneri e il Motore a Improbabilità Infinita della Cuore D’Oro) per aprire la Porta Wikkit e liberare così i Krikkit; scopo di Slartibartfast è ovviamente impedire che questo accada e preservare la pace dell’universo. Dopo varie peripezie, in cui Arthur si ritroverà in una Cattedrale dell’Odio dove un personaggio (che Arthur aveva ripetutamente e sempre accidentalmente ucciso, incarnatosi sotto diverse forme, nel corso della propria vita) gli predirrà il luogo di morte (rendendo così consapevole l’inglese che, finché avesse evitato il luogo, non sarebbe morto), i protagonisti si riuniranno con l’equipaggio della Cuore D’Oro, distruggeranno definitivamente il supercomputer e, dopo l’ennesimo viaggio nel tempo, impediranno che i robot rubino le Ceneri. Il libro si conclude con il trasferimento di Arthur sul pianeta Krikkit, ora di nuovo pacifico, dove imparerà a volare.

 

  • In Addio, e grazie per tutto il pesce Arthur, dopo aver viaggiato in lungo e in largo per la galassia, si ritrova sulla Terra, inspiegabilmente scampata alla distruzione da parte dei Vogon. Conosce Fenchurch, con cui è connesso da una serie di coincidenze (anche lei è consapevole della presunta distruzione del pianeta, anche lei è in grado di volare e, curiosamente, il suo indirizzo di Londra corrisponde alla posizione della caverna abitata da Arthur nella preistoria) e i due si innamorano. I due viaggiano in California per incontrare Wonko l’Equilibrato e scoprire il segreto di una boccia per pesci che tutta la popolazione terrestre ha scoperto di possedere; Wonko suggerisce loro di ascoltare il suono di tale boccia, e i due scoprono che i delfini, misteriosamente scomparsi da tutta la faccia della Terra, consapevoli dell’arrivo dei Vogon erano fuggiti, lasciando come ringraziamento per tutto il pesce una copia della Terra e teletrasportando lì tutta la popolazione. Arthur e Fenchurch decidono di girare la galassia in autostop; parallelamente a tutto questo, Ford torna anch’egli sulla Terra per aggiornare la descrizione del pianeta nella Guida (“praticamente innocuo“), ritrova il vecchio amico e i tre lasciano il pianeta sull’astronave di un gigantesco robot che aveva scatenato il panico a Londra. Arthur e Fenchurch si recano sul pianeta dove Dio ha lasciato il Suo ultimo messaggio, ritrovano per caso Marvin (ora circa 37 più vecchio dell’universo stesso, e decisamente stanco) e, dopo aver letto il messaggio (“Ci scusiamo per il disturbo“), Marvin muore sereno.

 

  • In Praticamente innocuo Fenchurch scompare in un salto nell’iperspazio perché proveniente da un settore instabile dell’universo; Arthur, depresso, vende il proprio materiale genetico per pagarsi i viaggi in giro per la galassia, e dopo essersi schiantato sull’idilliaco pianeta Lamuella decide di ricostruirsi una vita come paninaro (professione che subito padroneggerà alla perfezione) per la popolazione locale. Ford intanto scopre che i Vogon hanno acquistato la Guida, ruba una versione aggiornata della Guida e la invia per posta ad Arthur; Trillian un giorno arriva su Lamuella, presenta ad Arthur la loro figlia, Casualità, concepita in provetta con il DNA di Arthur e la affida alle cure del padre per via del proprio lavoro come giornalista galattica. Il rapporto tra i due è inizialmente burrascoso, ma la situazione precipita quando Casualità scopre la Guida mk.II che Ford aveva spedito e la attiva, venendo teletrasportata da essa sulla Terra. Arthur viene raggiunto da Ford e quest’ultimo gli spiega lo scopo della nuova versione della Guida voluta dai Vogon: completare la distruzione della Terra in ogni possibile dimensione; i due viaggiano quindi alla ricerca di Casualità, grazie anche all’aiuto di Elvis Presley. In tutto ciò, una versione alternativa di Trillian, chiamata con il nome originario di Tricia McMillan e anch’ella giornalista, che non aveva mai lasciato la Terra con Zaphod, incontra gli alieni Grebulon e li introduce all’astrologia in cambio di un’intervista; scoprirà così che i Grebulon hanno il compito di osservare ogni cosa interessante nella galassia conosciuta, e in particolare la Terra. Arthur, Ford, Casualità e le due versioni di Trillian si ritrovano nel club londinese “Stavro Mueller’s Beta”, che Arthur realizza essere quello “Stavromula beta” che, secondo la profezia di Agrajag, sarebbe stato il suo luogo di morte. Il libro si conclude con i Grebulon che, dopo aver deciso di dare una svolta attiva alle proprie vite, aprono il fuoco contro la Terra, intenzionati a distruggerla.

Fortunatamente le avventure di Arthur e combriccola non si sono fermate qui: Eoin Colfer, l’autore di Artemis Fowl, ha proseguito il ciclo con E un’altra cosa…, in cui i protagonisti scampano all’ennesima distruzione della Terra e incontrano il dio nordico Thor.

 

La citazione

“La Guida Galattica per gli Autostoppisti dice alcune cose sull’argomento asciugamano. L’asciugamano, dice, è forse l’oggetto più utile che un autostoppista galattico possa avere. In parte perché è una cosa pratica: ve lo potete avvolgere intorno perché vi tenga caldo quando vi apprestate ad attraversare i freddi satelliti di Jaglan Beta; potete sdraiarvici sopra quando vi trovate sulle spiagge dalla brillante sabbia di marmo di Santraginus V a inalare gli inebrianti vapori del suo mare; ci potete dormire sotto sul mondo deserto di Kakrafoon, con le sue stelle che splendono rossastre; potete usarlo come vela di una mini–zattera allorché vi accingete a seguire il lento corso del pigro fiume Falena; potete bagnarlo per usarlo in un combattimento corpo a corpo; potete avvolgervelo intorno alla testa per allontanare vapori nocivi o per evitare lo sguardo della Vorace Bestia Bugblatta di Traal (un animale abominevolmente stupido, che pensa che se voi non lo vedete nemmeno lui possa vedere voi: è matto da legare, ma molto, molto vorace); infine potete usare il vostro asciugamano per fare segnalazioni in caso di emergenza e, se è ancora abbastanza pulito, per asciugarvi, naturalmente.”

 

J.H.

 

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Niente immagini, solo parole

Premessa: Prendetevi almeno mezz’ora per leggere questo articolo!!

Oggi, 23 aprile si celebra la giornata mondiale del libro..
Purtroppo questa “festività” passa inosservata ai più, ed è un peccato.
L’UNESCO ha scelto il 23 aprile in quanto è il giorno in cui sono morti nel 1616 tre importanti scrittori: Miguel de Cervantes William Shakespeare e Inca Garcilaso de la Vega.

“Tutti i libri del mondo non ti danno la felicità,
però in segreto ti rinviano a te stesso.
Lì c’è tutto ciò di cui hai bisogno, sole stelle luna.
Perché la luce che cercavi vive dentro di te.
La saggezza che hai cercato a lungo in biblioteca
ora brilla in ogni foglio, perché adesso è tua.”
Hermann Hesse

Nonostante siano lo strumento principe del sapere i libri stanno perdendo a vista d’occhio d’importanza nella nostra società; al di là della conversione tecnologica in e-book o meno la decadenza della lettura è un dato certo.
Sono (siamo) sempre meno le persone che leggono, e ancor meno quelle che lo fanno per passione o per amore. Lo scopo di questa giornata è proprio quello di valorizzare la lettura, in tutte le sue forme.

Mi lascia sempre esterrefatto il dato proposto dagli studi circa la lettura: in media un italiano legge meno di 3 libri all’anno. Con questo non voglio assolutamente tacciare chi non legge di ignoranza o stupidità, ma mi chiedo solo come possa essere possibile. I libri sono dei piccoli scrigni, dove trovare serenità e tranquillità oltre che informazioni, storie e notizie.

Mi piace pensare a questa immagine: la parola latina “Liber” da cui deriva l’italiano “libro” significasse anticamente “corteccia” e dunque i libri, come una corteccia, una scorza dura per il sapere, una protezione contro le insidie del tempo, contro la stupidità dell’uomo.

Visto che lo scopo di questa giornata è valorizzare la lettura, vi lascio tutti i restanti 26 minuti che vi eravate presi all’inizio dell’articolo per dedicarli a leggere un libro, non importa quale, leggetelo! Ne varrà la pena..

Le cose che voi cercate, Montag, sono su questa terra, ma il solo modo per cui l’uomo medio potrà vederne il 99% sarà un libro.
[Ray Bradbury – Fahrenheit 451]

Rigel

P.S. Consiglio vivamente agli amanti del libro su carta stampata di fare un salto da “Sheakespear and Company” a Parigi.   www.shakespeareandcompany.com

 

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Mystic River

In un quartiere povero di Boston Dave sta giocando con gli amici Jimmy e Sean quando due pedofili, che si fanno passare per poliziotti, lo convincono a salire sulla loro macchina; il ragazzo riuscirà a scappare dopo quattro giorni di prigionia e abusi. Venticinque anni dopo, i tre protagonisti sono adulti e hanno intrapreso strade separate: Sean (Kevin Bacon) è un detective della Polizia di Stato del Massachusetts, la cui moglie incinta lo ha lasciato sei mesi prima; Jimmy (il premio Oscar Sean Penn) è un ex-malvivente che non ha perso i contatti con la malavita, ha tre figlie da due mogli e gestisce un piccolo negozio; Dave (il premio Oscar Tim Robbins) è un falegname semi-disoccupato, sposato con una cugina della seconda moglie di Jimmy, fragile e instabile, segnato a vita dalla drammatica esperienza a cui ha preso parte. Quando la prima figlia di Jimmy viene trovata morta in un parco i percorsi dei tre uomini tornano a incrociarsi dopo anni di contatti sporadici, fino al tragico finale…

 

Il film

Tratto dal romanzo omonimo di Dennis Lehane, il film è stato rilasciato nel 2003 per la regia di Clint Eastwood (che firma anche la colonna sonora). Fin dalla sua prima uscita nelle sale cinematografiche la pellicola è stata ampiamente lodata dalla critica sia per la sua atmosfera ipnotica e angosciante, sia per l’impeccabile prova registica di Eastwood, che ancora una volta si conferma dotato di notevole talento anche dietro la macchina da presa. Mystic River ha ricevuto numerosi premi e nomination prestigiosi (Sean Penn e Tim Robbins hanno rispettivamente vinto sia l’Oscar sia il Golden Globe per il Miglior Attore e il Miglior Attore non protagonista), ma Eastwood dovrà aspettare un altro anno per bissare, con Million Dollar Baby, il successo ottenuto nel 1993 con Gli Spietati, vincendo i Premi Oscar per il Miglior Film e la Miglior Regia.

La pellicola scava negli abissi dell’anima umana e porta alla luce alcuni degli aspetti più tetri e angosciosi che vi albergano; i protagonisti si muovono in un mondo di violenza (sessuale e non), di incomprensioni e di vendette private, da cui nessuno, nemmeno i ragazzini, può essere esente, e le cui cicatrici nessuno sarà in grado di curare. I pochi personaggi “puri”, come il piccolo Dave e Katie, la figlia di Jimmy, si ritrovano privati della loro innocenza e incorrono in una fine tragica frutto di sbagli altrui, mentre lo stesso Jimmy trova nelle parole della moglie una giustificazione per le proprie azioni violente, “giustificabili” perché perpetrate in nome dell’amore per la propria famiglia. Sean, forse il personaggio meno approfondito, diviso nel corso delle indagini tra l’affetto per l’amico d’infanzia Dave e le prove contro di lui, solo alla fine della pellicola sarà in grado di portare equilibrio nella propria caotica esistenza e riuscirà a riconciliarsi con la moglie e la figlia neonata.

Nella scena finale, che vede un’atmosfera di festa che contrasta grottescamente con il resto della pellicola e la scena di apertura, i due protagonisti Sean e Jimmy, ognuno con la propria famiglia, sono ormai divisi da un baratro impossibile da attraversare e non c’è speranza di riconciliazione: come infatti suggerisce il gesto di Sean nei confronti dell’altro, il detective terrà il malvivente nel mirino nell’attesa che questo compia un passo falso e possa così essere affidato alla giustizia.

 

La citazione

Jimmy: “L’ultima volta che ho visto Dave Boyle è stato venticinque anni fa lungo questa strada, sul retro di quell’auto.”                                                                                                               […]                                                                                                                                                     Sean: “Sai, a volte penso…che ci siamo saliti tutti e tre su quell’auto, e che questo è…soltanto un sogno…in realtà, noi siamo ancora degli undicenni, chiusi in uno scantinato, che immaginano una vita diversa, fuori da quella prigione.”

 

J.H.

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Pensavo fosse amore… invece era un calesse

 

Tommaso (Massimo Troisi) e Cecilia (Francesca Neri) sono due giovani napoletani, fidanzati da due anni e prossimi alle nozze; lui gestisce la trattoria di famiglia, lei lavora in una libreria con Amedeo, bigotto e caro amico di entrambi, la cui sorella adolescente è da sempre morbosamente innamorata di Tommaso. Cecilia, annoiata dalla routine del loro rapporto ma gelosissima del fidanzato, decide finalmente di lasciarlo, attraverso il citofono, a pochi giorni dal matrimonio; il disperato Tommaso chiede continuamente agli amici notizie di Cecilia e, venuto a sapere del suo nuovo fidanzato Enea, un avventuriero più anziano di lei, cerca di riconquistarla con ogni mezzo (ricorrendo anche all’aiuto di una fattucchiera). Dopo diversi tira e molla i due tornano insieme ma, giunto il fatidico giorno delle nozze, anche per Tommaso arriva il momento dei ripensamenti…

 

Il film

Uscito nel 1991, è il penultimo film interpretato da Troisi, per cui firma anche la sceneggiatura e la sua ultima regia; con Il Postino del 1994, che gli varrà anche una nomination agli Oscar, si conclude prematuramente la carriera del grande attore napoletano, da sempre malato di cuore e stroncato dopo poche ore dalla fine delle riprese da un attacco cardiaco. Pensavo fosse amore… ha vinto un David di Donatello per l’interpretazione di Angelo Orlando (nei panni di Amedeo) e due Nastri d’Argento, uno per la brillante interpretazione di Francesca Neri e uno per le musiche di Pino Daniele, il quale scrisse la famosa Quando appositamente per il film.

Il tema portante della pellicola è, ovviamente, l’amore in tutte le sue sfumature; con ironia e leggerezza, tutti i personaggi hanno un proprio spazio nell’universo dei sentimenti e presentano allo spettatore (ma in primis a Tommaso) le loro esperienze e quello che hanno da dire, senza che nessuno passi in secondo piano. I dialoghi spiritosi e i monologhi del protagonista ci regalano esempi su esempi dell’umorismo di Troisi, dotato di una comicità sottile e raffinata, anche se legata all’ambiente quotidiano e senza troppe pretese. Il film non sarà forse tra i più innovativi (in fondo, è possibile contare tutte le pellicole che parlano dell’Amore?), ma originale è l’approccio adottato da Troisi nell’affrontare la tematica: per usare le sue parole in un’intervista per il quotidiano La Repubblica, alla domanda “di cosa parliamo quando parliamo di amore?”, il regista aveva risposto che “occorrerebbe la stessa attenzione e lo stesso amore tanto per conquistare che per lasciare qualcuno. ”

Spontanea è la domanda sul significato dello spiritoso titolo: perché proprio un calesse? C’è forse un significato metafisico in questo oggetto che sfugge ai più? Troisi stesso commentò così la scelta del titolo: “Perché ‘calesse’? Per spiegare al meglio la delusione di un qualcosa le cui aspettative non sono state mantenute, poteva essere usato un qualsiasi altro oggetto, una sedia o un tavolo, che si contrappone come oggetto materiale all’amore spirituale che non c’è più… Ma mi piaceva, e poi si possono trovare tante cose con il calesse: si va piano, si va in uno, si va in due, ci sta pure il cavallo…”

 

La citazione

Tommaso: “Io guarda, io non è che so’ contrario al matrimonio eh, che non so’ venuto… Solo, non lo so, io credo che in particolare un uomo e una donna siano le persone meno adatte a sposarsi tra di loro…troppo diversi, capito?”

 

J.H.

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Douglas Noel Adams – So Long, and Thanks for All the Fish

 

Don’t Panic

Quanti oggi, vedendo la home page di Google, si sono ritrovati con un sorriso stampato sulla faccia per il simpatico omaggio a Douglas Adams? Come ci ricorda il doodle odierno, l’11 marzo di 61 anni fa la città di Cambridge, Inghilterra, diede i natali ad uno dei più fini, spiritosi, scatenati e innegabilmente geniali autori di fantascienza della letteratura inglese, a nostro (più che modesto) parere mai abbastanza conosciuto e ricordato.

Un particolare aneddoto che Douglas Noel Adams, con discreto orgoglio, amava raccontare è che, quando nel 1953 i biologi dell’Università di Cambridge Watson e Crick scoprirono e fornirono il modello della struttura della molecola del DNA, nella stessa Cambridge era presente un DNA già da diversi mesi.

 

La vita (, l’universo e tutto quanto)

Nato a Cambridge, Adams comincia a viaggiare già in tenera età, trasferendosi con la famiglia prima a Londra e poi a Brentwood, nell’Essex, dove rimarrà fino ai 18 anni. Lì frequenta la Brentwood School, dove viene notato sia per la sua notevole altezza (1 metro e 96) sia per l’abilità nel produrre testi letterari di qualità (rimane tuttora l’unico studente di sempre ad aver ricevuto un 10/10 dal professor Halford); il giornale della scuola pubblica i suoi primi scritti, nei quali mostra già una notevole vis comica. Grazie ad un saggio sulla poetica religiosa, in cui vengono inseriti anche i Beatles e William Blake, Adams viene accettato dal prestigioso St John’s College di Cambridge, da cui uscirà nel 1974 con una laurea in Letteratura Inglese.

Subito si trasferisce a Londra con l’intenzione di lavorare come scrittore per TV e radio; nella capitale conosce Graham Chapman, membro dei Monty Python, con i quali collabora scrivendo alcuni sketches ed apparendo in due episodi del Monty Python’s Flying Circus. Dopo alcuni impieghi saltuari (tra i quali uno come guardia del corpo per una famiglia di miliardari del Qatar) nel 1977 comincia a lavorare per la BBC radio, a cui aveva presentato il progetto della serie radiofonica della Guida Galattica per gli Autostoppisti; l’idea della Guida, pubblicata in seguito in una ben più nota serie di libri di straordinario successo, si formò spontaneamente nella mente di Adams quando, durante una vacanza zaino in spalla in Europa, si ritrovò brillo in un campo fuori Innsbruck ad osservare il cielo stellato.

Un’altra grande passione per Adams fu la musica; grande estimatore di gruppi come Dire Straits, Pink Floyd e Procol Harum, ed egli stesso chitarrista, venne invitato dall’amico David Gilmour ad esibirsi in un concerto dei Pink Floyd del 1994, suonando con loro Brain Damage e Eclipse. Adams fu anche un appassionato di informatica e uno dei primi sostenitori della Macintosh; ateo convinto e militante, ma nondimeno studioso della religione e dei suoi effetti sulle relazioni sociali; non ultimo, acceso sostenitore dell’ambientalismo e difensore dei diritti delle specie animali.

Douglas Adams muore improvvisamente a causa di un infarto del miocardio l’11 maggio 2001 a Santa Barbara, California, dove risiedeva con la moglie Jane e la figlia Polly; le sue ceneri riposano nel cimitero di Highgate a Londra. In occasione del suo funerale, l’amico biologo e scrittore Richard Dawkins disse: “La scienza ha perso un amico, la letteratura ha perso una stella, il gorilla di montagna ed il rinoceronte nero hanno perso un coraggioso difensore, la Apple Computer ha perso il suo più eloquente sostenitore. Io ho perso un insostituibile compagno di conversazioni intellettuali ed uno degli uomini più gentili e divertenti che abbia mai incontrato.

 

I lavori

Tutte le opere di Adams straripano di un umorismo sottile, surreale e tipicamente british. Il ciclo per cui l’autore è più conosciuto (ed a cui prossimamente dedicheremo un articolo) è la “trilogia in cinque parti” della Guida Galattica per gli Autostoppisti. Nata come serie radiofonica, la Guida racconta le peripezie dell’inglese Arthur Dent, improbabile e costantemente fuori posto viaggiatore delle galassie, scampato per miracolo alla distruzione della Terra (demolita per lasciare il posto ad un’autostrada iperspaziale) grazie al provvidenziale aiuto del suo migliore amico Ford Prefect, in realtà originario di un piccolo pianeta nelle vicinanze della stella Betelgeuse; ad accompagnarli nel loro peregrinare, a bordo dell’astronave Cuore d’Oro (mossa da un motore a propulsione di improbabilità infinita) troviamo l’unica altra terrestre sopravvissuta Trillian, lo scatenato biteste Presidente della Galassia Zaphod Beeblebrox e l’androide depresso Marvin. Inizialmente concepita come una trilogia formata da Guida Galattica per gli Autostoppisti, Ristorante al termine dell’Universo e La vita, l’universo e tutto quanto, in seguito alle richieste degli editori e dei fan Adams aggiunse al ciclo i due volumi Addio, e grazie per tutto il pesce e Praticamente innocuo. Con il consenso degli eredi, l’autore irlandese Eoin Colfer pubblicherà in seguito il suo personale E un’altra cosa…, “sesta parte della trilogia”. La fortuna della Guida viene cementata anche dai numerosi adattamenti per altri media, come un serial televisivo, un’avventura testuale in videogame, un fumetto ed una pellicola cinematografica del 2005.

L’altro ciclo prodotto da Adams riguarda l’investigatore privato olistico Dirk Gently, che basa la sua professione sulla “fondamentale interconnessione di tutte le cose” e le cui avventure sono state recentemente edite da Mondadori in Dirk Gently, agenzia investigativa olistica e La lunga oscura pausa caffè dell’anima. Il libro postumo Il Salmone del Dubbio, che raccoglie una buona dose di brevi scritti di Adams e i primi 10 capitoli del nuovo romanzo su cui stava lavorando prima della sua morte, nelle intenzioni dell’autore avrebbe potuto unire l’universo della Guida e l’universo di Dirk Gently, intrecciando le avventure dei protagonisti.

Tra le altre opere letterarie si segnala The Meaning of Liff, composto in coppia con John Lloyd, una sorta di vocabolario umoristico che assegna a nomi di città del mondo alcuni concetti più o meno comuni, perlopiù surreali, per i quali non esiste ancora una parola specifica.

 

 

La citazione

“I love deadlines, I love the whooshing noise they make as they go by.”                          (“Amo le scadenze, amo il rumore che fanno quando mi sfrecciano accanto.“)

(Douglas Adams sul problema di consegnare in tempo gli scritti)

 

Rigel & Julio Hammurabi, in tandem

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Maus – Racconto di un sopravvissuto

Il cartoonist Art Spiegelman decide di raccontare la storia del padre Vladek, un ebreo polacco sopravvissuto ad Auschwitz grazie anche al suo essere fortemente caparbio e ostinato, cercando così di ricostruire un rapporto deterioratosi nel tempo. Le interviste al padre vecchio e malato e i frequenti battibecchi tra i due, così lontani per mentalità ed esperienze, nella New York di fine anni ’70 servono a creare la cornice del racconto. Il vero cuore della narrazione è il lungo flashback sulla vita di Vladek; il ricordo parte da un iniziale idillio nella Polonia degli anni ’30, in cui Vladek incontra Anja e la sposa, per poi mostrarci il rapido inasprirsi degli eventi: la guerra, i ghetti, i sotterfugi per sopravvivere, Auschwitz.

 

La graphic novel

Tradotta in una trentina di lingue, applaudita da pubblico e critica, conosciuta in tutto il mondo, Maus è una splendida metafora della condizione umana. I personaggi sono ritratti come degli animali antropomorfi non tanto per una questione razziale, ma più per mostrare il “ruolo” svolto, non dai singoli ma da un popolo intero, nel contesto degli eventi; le teste di topo dei protagonisti ebrei sono doppiamente simboliche, perché se da un lato ci mostrano il loro essere senza difese contro un nemico più grande (e i tedeschi non possono non essere disegnati che come il loro nemico naturale, i gatti), dall’altro incorporano anche lo stereotipo nazista dell’ebreo visto come un virus, una minaccia fastidiosa da disinfestare.

Lungi dal voler essere una fonte di divertimento o un modo per sdrammatizzare, questa metafora dell’uomo-animale ha portato più volte l’autore a riflettere su come sia effettivamente possibile rendere con efficacia e giustizia una tragedia come l’Olocausto. Maus diventa quindi anche una sorta di opera di autoanalisi per Art Spiegelman, come è possibile evincere da alcune tavole metanarrative contenute nel libro; l’autore teme di non aver trattato il tema della Shoah con sufficiente rispetto nei confronti di chi l’ha vissuta e di chi è sopravvissuto, ma soprattutto sente un enorme senso di inadeguatezza di fronte alla figura di Vladek, la cui tragica esperienza ha avuto ripercussioni anche sul rapporto con il figlio.

Nonostante i dubbi dell’autore e uno stile che, ad una lettura superficiale, può apparire semplice e quasi caricaturale, fin dalla sua prima pubblicazione (1986) l’opera ha incontrato un tremendo e inaspettato successo, riportando così l’attenzione dei critici ad un mezzo narrativo tradizionalmente considerato di secondo piano, quello del fumetto. Oltre ad aver vinto numerosi premi (come l’Eisner Award, il corrispettivo fumettistico degli Oscar), significativamente nel 1992 Maus è stata la prima graphic novel che si è vista assegnare un Premio Pulitzer.

 

J.H.

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